Fa un pò effetto vedere i Vigili del Fuoco che protestano contro la riforma
delle pensioni indossando i pannoloni. Non può non ritornre alla mente l'attacco
a suo tempo di Brunetta contro i poliziotti vecchi e "panzoni". Evidentemente,
come tutti i fenomeni che hanno caratterizzato un'epoca, anche la visione del
mondo made in Brunetta ha inciso sull'autostima di tante categorie di lavoratori
legate alla necessità di esibire rassicurante prestanza. Cominciamo col dire che
molti sessantaduenni (e oltre) danno dei numeri ai ventenni, quanto a prontezza
e dinamismo. Nel nostro Paese manca una cultura della cura del proprio corpo, a
differenza ad esempio degli USA. Sarebbe bene quindi che i Vigili del Fuoco non
si buttassero troppo giù nè tanto meno cercassero la compassione dell'opinione
pubblica. Non lo fa la coetanea (sessantacinquenne) Fornero, perchè dovrebbero
farlo loro?
A parte pannoloni e cateteri, resta invece tutta sul tavolo la
loro condizione lavorativa effettivamente, quella sì (e non per loro
responsabilità) insopportabile e vergognosa.
Venendo al merito delle
questioni,va innanzitutto precisato che l'attuale situazione è imputabile non
solo e non tanto al Ministro Cancellieri ma soprattutto a diversi suoi
predecessori. La sensazione è di un corpo gestito con colpevole leggerezza, per
non dire incompetenza. Nessuno ha capito per esempio la massiccia iniezione di
Prefetti (non certo dei tecnici del settore). Come cioè se si fosse voluto
mettere in secondo piano la competenza a favore di un maggiore verticismo e
disciplina di tipo poliziesco-militare. Mai come in questo caso poi sembra
stridente il contrasto tra le esigenze di fronteggiare il Debito pubblico e
quella di fornire un servizio irrinunciabile, la sicurezza, ai cittadini (in
termini relativi la presenza dei Vigili del Fuoco, in Italia , è
quantitativamente minore rispetto a Paesi con un nostro pari grado di sviluppo,
per non parlare delle differenze interne tra territori) ma anche agli stessi
Vigili (tutti ricordiamo la tragicomica vicenda dei guanti ignifughi avariati) .
Non crediamo infatti che analogo risparmio vi sia stato nella gestione (e nella
qualità degli armamenti) della scorta dei Ministri Fornero e Cancellieri.Anche
da questi particolari si riscontra la serietà di una classe di governo.C'è chi
parla di smantellamento silenzioso in corso (non fatichiamo a crederlo), anche
qui il precariato morde (30 mila stabili e 60 mila precari), 5 anni di ritardo
nel rinnovo dei contratti, il blocco del turn over, un parco mezzi sul cui stato
è meglio sorvolare (si rischierebbe da avere gli incubi), una complessiva
situazione critica dell'apparato della protezione civile (aggravata dalla
recente condanna di 6 scienziati e dalle conseguenti dimissioni della
commissione grandi rischi al completo) per cui speriamo che non accada nulla di
veramente grave, nel frattempo...
Non sappiamo quale sia la reale volontà del
governo di mettere le mani in questa situazione. Quello che è certo è che
occorre muoversi, nell'interesse della collettività. Non vorremmo dover
rimpiangere l'epoca del Dott. Bertolaso, tecnico di valore ma un pò sfortunato,
capace di suscitare un mare di polemiche e di vicende giudiziarie. Tutt'al più,
nel frattempo, potremmo migliorare la situazione di tanti Vigili del Fuoco
facendo togliere loro quei brutti pannoloni e affidandoli alle cure della
massaggiatrice di cui si avvaleva l'ex Capo della Protezione Civile. Meglio di
niente, in attesa di tempi migliori!
ALASU-AGL E' COMPARTO DI AGL (AGL , Alleanza Generale del Lavoro (confederazione sindacale dei lavoratori) codice fiscale: 97624870156; atto costitutivo (e statuto) registrato presso l'Agenzia delle Entrate, DP I MILANO-UT di Milano 1, in data 04/06/2012, serie 3, n.7107- sede naz.le: Via Privata Duccio di Boninsegna 21, 20145 Milano, presso A.N.V.G. Associazione Nazionale Volontari di Guerra-Federazione di Milano, tel.3886296743, fax +39/1782736932, Whatsapp 3455242051, e-mail agl.alleanzageneraledellavoro@gmail.com ; e-mail certificata: alleanzageneraledellavoro@pec.it )
mercoledì 24 ottobre 2012
SANITA': SPENDING REVIEW O SPENDING "DIPPIU' "?
E' ormai avvenuto che l'adozione da parte del governo della spending review
abbia prodotto un effetto a cascata (una volta si chiamava scarica barile) sulle
Regioni le quali sono state obbligate in fretta e furia a risparmiare dove era
possibile, oltre che necessario. Si sa che la maggiore fonte di spesa per le
regioni è la sanità quindi, cascata sulle ASL , seguita da cascatine sulle
singole aziende ospedaliere. Ricordiamoci che la questione è serissima: stiamo
parlando della salute della gente. Siamo vicini forse a una svolta. Ossia,
potrebbe accadere che a breve quello che ognuno di noi dava per scontato e
sicuro, rivolgendosi a uno ospedale (facendo i debiti scongiuri) a breve non
possa esserlo più. Di solito, quando c'è da risparmiare si comincia, guarda
caso, dal basso, anche se l'ordine viene dall'alto. Chi sono i più deboli? I
malati. Da chi vengono accuditi, per lo più , di fatto? Da lavoratori che sono i
più deboli e sfruttati: quegli degli appalti di servizi, spesso precari,
sfruttati e sottopagati. Negli ospedali normali accade ciò. Ovviamente chi
lancia quegli ordini dall'alto non è poi tra le vittime ma va a curarsi nelle
cliniche di lusso, dove questi problemi non esistono.Si dirà, allora, che in
definitiva si tratta di raschiare l'osso? Non esattamente, perchè questi
appalti, in realtà, sono degli appetitosi e paffuti cosciotti addentati però da
chi non è nè malato nè assistente dei malati. Di chi è la dentierà? Dei
politici, i quali, notoriamente, nutrono la propria attività proprio grazie ai
meccanismi che sono dietro gli appalti, il cui costo è in minima parte quello
del servizio (quanto volete possano spendere per i poveri salari di quei
lavoratori? Pochissimo) . In realtà, la parte del leone la fanno i costi
generali dentro cui troveremmo, a ben cercare, qualcosa che conosciamo
benissimo: i costi della politica.
Bene, si dirà.Il taglio riguarderà anche quei costi. No. Riguarda gli stipendi di quei lavoratori (aumento dei carichi a parità di retribuzione, riduzioni di orario, demansionamento) e gli acquisti di pertinenza dei malati. La politica non può tagliare i propri costi: ne verrebbe compromessa la democrazia, diamine!Quindi non solo quei lavoratori sono stati utilizzati in tutti questi anni come normali impiegati di ASL e Ospedali, senza vederselo riconosciuto (in violazione tra l'altro di ogni principio di diritto del lavoro, la medesima materia insegnata da qualcuno dei professori che ci governa). Ora rischiano di dover lavorare quasi gratis o, peggio, di perdere il loro lavoro. E i malati di perdere un sostegno che domani potrebbe non esserci più. L'unica via che porterebbe a un risparmio duraturo ossia il riconoscimento del lavoro effettuato dai precari, stabilizzandoli e la presa d'atto che solo reinternalizzando le funzioni, ossia facendo ridiventare pubblico quello che avventatamente è stato reso privato, si recupererebbe la qualità del servizio, non viene perseguita proprio perchè in tal caso cadrebbe la copertura di questo meccanismo perverso finalizzato a foraggiare la classe politica.Ma se i costi minimi del servizio sono incomprimibili e, quindi, per altre vie la Pubblica Amministrazione sarà costretta a breve, in qualche maniera (tasse ovviamente) a trovare, sulla base del disagio e della protesta sociale, le risorse per recuperare gli standard minimi di prestazioni e assistenza, se prima o poi il costo sociale di questa modalità di gestione della forza lavoro presenterà il proprio conto (chi può essere mai disposto a lavorare da schiavo?) e se la politica non vorrà rinunciare alla sua fetta di torta (si sa quanto sia difficile per chiunque mettersi a dieta) , è facile concludere che in questo e altri settori la spending review produrrà un complessivo incremento della spesa pubblica, un pò come accade all'obeso che inizia scelleratamente a fare dei forzati digiuni, perde inizialmente dei chili e poi li riacquista con gli interessi, cedendo su tutta la linea. Siamo veramente delusi. Pensavamo che un governo tecnico, formato da professori e manager così qualificati, escogitasse soluzioni più intelligenti.
Bene, si dirà.Il taglio riguarderà anche quei costi. No. Riguarda gli stipendi di quei lavoratori (aumento dei carichi a parità di retribuzione, riduzioni di orario, demansionamento) e gli acquisti di pertinenza dei malati. La politica non può tagliare i propri costi: ne verrebbe compromessa la democrazia, diamine!Quindi non solo quei lavoratori sono stati utilizzati in tutti questi anni come normali impiegati di ASL e Ospedali, senza vederselo riconosciuto (in violazione tra l'altro di ogni principio di diritto del lavoro, la medesima materia insegnata da qualcuno dei professori che ci governa). Ora rischiano di dover lavorare quasi gratis o, peggio, di perdere il loro lavoro. E i malati di perdere un sostegno che domani potrebbe non esserci più. L'unica via che porterebbe a un risparmio duraturo ossia il riconoscimento del lavoro effettuato dai precari, stabilizzandoli e la presa d'atto che solo reinternalizzando le funzioni, ossia facendo ridiventare pubblico quello che avventatamente è stato reso privato, si recupererebbe la qualità del servizio, non viene perseguita proprio perchè in tal caso cadrebbe la copertura di questo meccanismo perverso finalizzato a foraggiare la classe politica.Ma se i costi minimi del servizio sono incomprimibili e, quindi, per altre vie la Pubblica Amministrazione sarà costretta a breve, in qualche maniera (tasse ovviamente) a trovare, sulla base del disagio e della protesta sociale, le risorse per recuperare gli standard minimi di prestazioni e assistenza, se prima o poi il costo sociale di questa modalità di gestione della forza lavoro presenterà il proprio conto (chi può essere mai disposto a lavorare da schiavo?) e se la politica non vorrà rinunciare alla sua fetta di torta (si sa quanto sia difficile per chiunque mettersi a dieta) , è facile concludere che in questo e altri settori la spending review produrrà un complessivo incremento della spesa pubblica, un pò come accade all'obeso che inizia scelleratamente a fare dei forzati digiuni, perde inizialmente dei chili e poi li riacquista con gli interessi, cedendo su tutta la linea. Siamo veramente delusi. Pensavamo che un governo tecnico, formato da professori e manager così qualificati, escogitasse soluzioni più intelligenti.
venerdì 19 ottobre 2012
INCENTIVI AL LAVORO DELLE DONNE E DEI GIOVANI UNDER 30
I datori di lavoro che stabilizzano, entro il 31 marzo 2013, rapporti di lavoro
possono essere ammessi ad un incentivo pari a € 12.000. Incentivi di
importo minore possono essere riconosciuti a chi instaura, entro il 31 marzo
2013, rapporti di lavoro a tempo determinato. L’incentivo riguarda uomini
con meno di 30 anni o donne di qualunque età. L’incentivo è autorizzato
dall’Inps nei limiti delle risorse appositamente stanziate dal decreto del
ministero del lavoro.
QUI IL DECRETO INTERMINISTERIALE:
Decreto
del Ministero del lavoro e delle politiche sociali 5 ottobre 2012
(pubblicato
sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 243 del 17
ottobre 2012)
Il
Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il
Ministro dell’Economia e delle Finanze,
VISTO
l’articolo 24, comma 27, primo e secondo periodo, del decreto-legge
6 dicembre 2011, n.201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22
dicembre 2011, n. 214, che prevede l’istituzione presso il
Ministero del lavoro e delle politiche sociali di un Fondo per il
finanziamento di interventi a favore dell’incremento in termini
quantitativi e qualitativi dell’occupazione giovanile e delle
donne;
VISTO,
inoltre, il terzo periodo del comma 27 del sopracitato articolo 24,
laddove dispone che con decreti del Ministro del lavoro e delle
politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e
finanze, sono definiti i criteri e le modalità istitutive del Fondo;
VISTO
l’articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 28 giugno 2012,
n.92, che indica, come azione prioritaria, l’instaurazione di
rapporti di lavoro più stabili e che ribadisce il rilievo
prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato;
VISTO
il regolamento (CE) 15 dicembre 2006, n. 1998/2006, Regolamento della
Commissione relativo all’applicazione degli articoli 87 e 88 del
Trattato agli aiuti di importanza minore “de minimis”;
VISTO
l’articolo 13, comma 1-quinquies,
del decreto-legge 2 marzo 2012, n.16, convertito, con modificazioni,
dalla legge 26 aprile 2012, n.44;
RITENUTO,
pertanto, al fine di promuovere, in via straordinaria, l’occupazione
dei giovani e delle donne nel peculiare contesto dell’attuale fase
economica, incentivando la creazione di rapporti di lavoro stabili,
ovvero di maggiore durata, di istituire il Fondo di cui al suindicato
articolo 24, comma 27, del decreto-legge n.201 del 2011, convertito
con modificazioni dalla legge n. 214 del 2011, individuando, per
l’anno 2012 e 2013, gli interventi straordinari in favore dei
giovani e delle donne
DECRETA
Art.1
1. E’ istituito, presso il
Ministero del lavoro e delle politiche sociali, il Fondo di cui
all’articolo 24, comma 27, del decreto-legge 6 dicembre 2011,
n.201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011,
n. 214 (d’ora in avanti Fondo).
Art.
2
- Ai fini di promuovere, in via straordinaria, l’occupazione dei giovani e delle donne nel peculiare contesto dell’attuale fase economica, incentivando la creazione di rapporti di lavoro stabili, ovvero di maggiore durata, gli interventi di cui all’articolo 24, comma 27, del citato decreto-legge n.201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n.214 del 2011 - nel limite di spesa di euro 196.108.953,00, per l’anno 2012 e di euro 36.000.000 per l’anno 2013, a valere sul Fondo di cui all’articolo 1 del presente decreto - sono individuati come segue:
- incentivi alla trasformazione dei contratti a tempo determinato di giovani e di donne, in contratti a tempo indeterminato, nonché all’incentivazione delle stabilizzazioni, con contratto a tempo indeterminato, di giovani e di donne, con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, anche nella modalità di progetto, o delle associazioni in partecipazione con apporto di lavoro. Le predette trasformazioni ovvero stabilizzazioni operano con riferimento a contratti in essere o cessati da non più di sei mesi e mediante la stipula di contratti a tempo indeterminato, anche a tempo parziale, purché di durata non inferiore alla metà dell’orario normale di lavoro di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 8 aprile 2003, n.66, e successive modifiche ed integrazioni.
- incentivi per ogni assunzione a tempo determinato di giovani e di donne con orario normale di lavoro di cui al surrichiamato decreto legislativo n.66 del 2003, con incremento della base occupazionale.
2. La somme di cui al comma 1
sono trasferite all’INPS per il finanziamento degli incentivi di
cui agli articoli 3 e 4.
Art.3
- L’Istituto nazionale di previdenza sociale (INPS) corrisponde un incentivo del valore di 12.000 euro per ogni trasformazione o stabilizzazione indicata al medesimo articolo 2, comma 1, lettera a), avvenuta a partire dalla data di pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta Ufficiale e sino al 31 marzo 2013. L’incentivo è riconosciuto, nei limiti delle risorse di cui all’articolo 2, comma 1, per i contratti, stipulati ai sensi del articolo 2, comma 1, lettera a) del presente decreto, con giovani di età fino a 29 anni e con donne, indipendentemente dall’età anagrafica, fino ad un massimo di dieci contratti per ciascun datore di lavoro.
Art.4
1.
Per ogni assunzione a tempo determinato di cui all’articolo 2,
comma 1, lettera b), del presente decreto - con incremento della base
occupazionale - di durata non inferiore a 12 mesi, di giovani fino a
29 anni e di donne, indipendentemente dall’età anagrafica, fino ad
un massimo di dieci contratti per ciascun datore di lavoro, avvenuta
a partire dalla data di pubblicazione del presente decreto nella
Gazzetta Ufficiale e sino al 31 marzo 2013, l’Inps corrisponde, nei
limiti delle risorse di cui all’articolo 2, comma 1, del presente
decreto, un incentivo del valore di 3.000 euro.
2.
Il contributo di cui al comma 1 è elevato:
- a 4.000 euro, se la durata del contratto a tempo determinato supera i 18 mesi, per le assunzioni a tempo determinato avvenute a partire dalla data di pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta ufficiale e sino al 31 marzo 2013;
- a 6.000 euro, se la durata del contratto a tempo determinato supera i 24 mesi, per le assunzioni a tempo determinato avvenute a partire dalla data di pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta ufficiale e sino al 31 marzo 2013.
Art.5
- Gli incentivi di cui agli articoli 3 e 4 del presente decreto sono corrisposti dall’INPS in base all’ordine cronologico di presentazione delle domande da parte dei datori di lavoro a cui l’Istituto attribuisce un numero di protocollo informatico e sono erogati ai medesimi datori di lavoro in un’unica soluzione decorsi sei mesi, rispettivamente, dalle trasformazioni o stabilizzazioni di cui all’articolo 3, ovvero dalle assunzioni di cui all’articolo 4, nei limiti delle risorse di cui all’articolo 2, comma 2.
- Gli incentivi cui agli articoli 3 e 4 del presente decreto sono erogati dall’INPS in favore di ciascun datore di lavoro nel rispetto delle previsioni di cui al regolamento (CE) 15 dicembre 2006, n. 1998/2006, Regolamento della Commissione relativo all’applicazione degli articoli 87 e 88 del Trattato agli aiuti di importanza minore “de minimis”.
- Le risorse di cui all’articolo 2, comma 2, sono erogate all’INPS, previa richiesta, mediante acconto del settanta per cento dell’ammontare complessivo e la rimanente quota viene erogata a seguito di presentazione di apposita rendicontazione delle somme complessivamente riconosciute ai datori di lavoro.
Il presente decreto è
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.
Roma, 5 ottobre 2012
Il
Ministro del lavoro e delle politiche sociali Il Ministro
dell’economia e delle finanze
*********************************************
QUESTA LA CIRCOLARE INPS (con gli allegati occorrenti):
giovedì 4 ottobre 2012
LA BEFFA DEL FONDO PER L'ACCESSO AL MUTUO DELLE GIOVANI COPPIE
Continuano le difficoltà di accesso al credito per l'acquisto della prima casa,
in particolare per le giovani coppie.Da circa un anno è operativo un "Fondo
per l'accesso al credito per l'acquisto della prima casa da parte delle giovani
coppie coniugate o dei nuclei familiari anche monogenitoriali con figli
minori"". (http://www.diamoglifuturo.it/fondo-casa
)
Sono disponibili 50 milioni di euro affinché le giovani coppie possano comprarsi la prima casa, ma ne sono stati utilizzati pochissimi (meno del 5%) perchè, sembra, le banche non informano i giovani che vanno a chiedere mutui di questa opportunità. Sembra addirittura che gli impiegati agli sportelli bancari neppure sappiano di questa offerta. A chi si è permesso di contestare tale situazione, l'ABI ha risposto che le banche non concedono i mutui ai giovani per tutelarli perché avendo lavori spesso precari, se si trovassero nella situazione di non poter rimborsare le rate sarebbe peggio per loro. Ma il sospetto è un altro, che le banche non ci guadagnino abbastanza. Se il Governo vuole fare qualcosa di concreto per i giovani inizi da qui.
Sono disponibili 50 milioni di euro affinché le giovani coppie possano comprarsi la prima casa, ma ne sono stati utilizzati pochissimi (meno del 5%) perchè, sembra, le banche non informano i giovani che vanno a chiedere mutui di questa opportunità. Sembra addirittura che gli impiegati agli sportelli bancari neppure sappiano di questa offerta. A chi si è permesso di contestare tale situazione, l'ABI ha risposto che le banche non concedono i mutui ai giovani per tutelarli perché avendo lavori spesso precari, se si trovassero nella situazione di non poter rimborsare le rate sarebbe peggio per loro. Ma il sospetto è un altro, che le banche non ci guadagnino abbastanza. Se il Governo vuole fare qualcosa di concreto per i giovani inizi da qui.
giovedì 27 settembre 2012
SCIOPERO LAVORO PUBBLICO 28/9/2012: LE RAGIONI DEL "NI"
In merito allo sciopero di domani non ha poi
molto senso precisare se si aderisca o meno, se sullo stesso si sia o meno
d'accordo. Perchè ogni lavoratore è libero di decidere con la sua testa. Semmai
può essere utile fare qualche considerazione sul momento nel quale questa
iniziativa di CGIL e UIL si colloca. Al momento in cui scriviamo, solo la
CONFSAL ha deciso di aggregarsi, seppur separatamente.
La CISL è stata contraria sin dall'inizio, UGL e
CISAL si sono tirate indietro all'ultimo momento, il sindacalismo di base per lo
più contesterà gli organizzatori ma certamente non si farà scappare l'occasione
per presentarsi in spezzoni dei cortei, costituendo essi comunque momenti di
“conflitto”.
Chi ha iniziato a seguirci da un po' di tempo sa
già cosa noi pensiamo dello strumento sciopero. Lo consideriamo controproducente
nel settore pubblico (non procura danni ma solo guadagni alla Amministrazione
controparte, è noto infatti che nella PA non si crea profitto), irrilevante nel
privato, purchè lo stesso non sia ad oltranza fino al raggiungimento
dell'obbiettivo.
Ci potrebbero domandare, allora, quale sia
l'alternativa, là dove ci sia l'esigenza di lottare?Nella P.A. : campagne
informative verso l'opinione pubblica su fatti e comportamenti di singole
Amministrazioni e dirigenti che solo chi è all'interno della PA può conoscere.
Nel privato, appunto, lo sciopero ad oltranza. Si fanno provviste e si smette di
lavorare.
Ma in entrambi i casi, la condizione è che le
iniziative si decidano, organizzino e attuino assieme, da parte di tutti i
lavoratori, tramite le rappresentanze comunque esistenti. Non è opportuno agire
da minoranze, poiché se la maggioranza decide di non protestare vuol dire che
c'è un problema ossia che i lavoratori vogliono altro, nei contenuti e nei
metodi.
Il concetto che uno sciopero possa “incidere
sull'azione del governo” è, in questo quadro istituzionale, sbagliato. Per il
semplice motivo che ad incidere sul governo devono essere i partiti, attraverso
l'azione parlamentare o, al limite, con la competizione elettorale. Ma i partiti
non si interessano di ciò, per cui dal mondo del lavoro occorre supplire a
questa assenza. Ma non è giusto neppure che tutto si blocchi per l'ignavia e
l'irresponsabilità dei partiti. Pertanto non solo deve essere messo in
discussione il concetto di sciopero ma anche quello di “autonomia” dei sindacati
dalla politica e dai partiti. Sappiamo che questa autonomia non c'è, che la
politica in realtà influenza i sindacati che avrebbero forza economica e
elettorale per ribaltare il rapporto. Ma non usano questa forza perchè i partiti
hanno imposto loro di essere “autonomi” quindi impotenti rispetto alla politica
stessa. La soluzione? Un partito dei lavoratori dipendenti? Non avrebbe
successo, ricalcherebbe l'esperienza del partito dei pensionati. Sarebbe meglio
invece cambiare proprio modello (sarebbe ora), passare a un assetto di tipo (da
adattare all'Italia) anglosassone in cui vi è uno stretto legame , dichiarato,
trasparente, alla luce del sole, tra partiti e sindacati. Non si vuole farlo?
Pazienza, allora vuol dire che i lavoratori e la parte migliore del sindacalismo
italiano hanno la vocazione alla sconfitta. D'altronde, che fine farebbero le
associazioni di beneficienza (al cui interno a volte si gestiscono milioni di
euro) se improvvisamente sparissero i bisognosi? Occorre quindi comprendere come
vanno le cose. Il nostro sindacato è l'unico in Italia che non prevede
l'incompatibilità tra cariche politiche e cariche sindacali. Perchè se si
vogliono servire i lavoratori lo si può fare contemporaneamente e in maniera
trasparente su entrambi i versanti. In Italia non si puo? Semplice, perchè uno
alla luce del sole fa il sindacalista ma al buio il politico. Oppure, all'aperto
il politico, ma segretamente, il lobbista di pezzi del potere pubblico (con il
relativo esercito di dipendenti) o di quello privato.
Con questa scusa che la colpa non è
dell'Amministrazione, ma della politica, la politica ribatte che occorre
prendersela con la maggioranza governativa, la quale si difende affermando che
non ha potere. Ma chi consente a dei non eletti di governare? Alcuni partiti che
però, guarda caso non sono la controparte di questo dichiarato sciopero, se non
per una allusione costante agli sprechi e ai costi della politica. Grande
fesseria (se intesa come misura risolutiva) perchè innanzitutto anche abolendo
quei costi non risparmieremmo quanto occorre ad esempio per sbloccare i rinnovi
contrattuali del settore pubblico e poi perchè se con la politica non si potesse
guadagnare quanto occorrente a far fronte ai costi neppure i frati si
impegnerebbero per il bene comune. E poi un piccolo particolare: un parlamentare
è eletto dal popolo (seppur in alcuni casi, con il porcellum, nominato dalle
gerarchie partitiche, le quali però hanno interesse alla presentabilità
elettorale dei singoli, pena la trombatura della lista), un dirigente invece
(che rimane anche quando cambiano i ministri e che è quello che in realtà
comanda a vita in un ramo della PA) ha solo vinto un “concorso” (vogliamo
parlare dei concorsi italiani?). E noi, quando si parla di interesse pubblico
(ad esempio relativamente ai risparmi da attuare nella PA) non possiamo porre
sullo stesso piano questi due soggetti: pendiamo dalla parte di colui che ha
avuto (anche se in maniera tortuosa) i voti della gente, con una faccia
conosciuta, non di chi magari, a nostra insaputa, è sul libro paga di chi sa chi
e di cui non conosceremo mai il volto). Ecco perchè noi come sindacato (unici in
Italia) siamo per lo spoils system e per la magistratura elettiva, ad esempio.
La cosa non ci rende popolari? Pazienza, accomodatevi, andate avanti con questi
“sindacati” che hanno “vinto” il blocco per 7 anni dei rinnovi contrattuali.La
Camusso pertanto (per fare un esempio, ma vale per le altre sigle) lasci perdere
il povero Monti, che è solo un esecutore del potere bancario e se la prenda con
Bersani, chiedendogli conto di che diavolo stia combinando in quella
maggioranza. Invece di chiedere a Marchionne quali siano i modelli previsti da
FIAT (e Marchionne fa bene a tenere segreto ciò per non avvantaggiare la
concorrenza) chieda a Bersani (che, piccolo particolare, è già stato per anni
Ministro dello Sviluppo Economico) che modello di società e economia realizzerà
se vincerà le elezioni.E visto che siamo a dirci la verità su tutto, sarebbe ora
che non i sindacati ma i singoli lavoratori italiani (soprattutto quelli
pubblici) ci facessero capire, se veramente la situazione per loro è così grave,
perchè la propria combattività è ai minimi termini nell'Occidente capitalistico.
Ci rifiutiamo di credere che si rinunci a difendere appieno la propria dignità
solo perchè le banche tengono il cittadino per i cosiddetti ricattandolo sul
mutuo della casa. Perfino in Cina si stanno ribellando, ma sul serio e non con
un rituale sciopero generale di un giorno. Non si capisce perchè in Italia
questo non avvenga. E qui la colpa non è della Camusso, persona in buona fede
che come tanti sindacalisti (e politici) ha dedicato la vita a interessi
superiori rispetto a quelli personali. Non si ritiene di ribellarsi oltre certi
limiti? Anche qui, pazienza. Quando sarete pronti, cari lavoratori italiani,
fateci un fischio.Almeno Bonanni e Centrella su questo sono coerenti. Preso atto
della volontà della maggioranza dei lavoratori pubblici di evitare
realisticamente il peggio e di non pensare, per una volta, altro che a se
stessi, accontentandosi di non perdere il posto e di vivere con uno stipendio da
fame, hanno tratto spunto dal segnale fornito da Patroni Griffi qualche giorno
fa e si sono dichiarati disponibili a trattare, seppur in posizione di debolezza
e svantaggio, per riaprire quegli spazi di contrattazione che fino a ieri
sembravano addirittura appartenenti alla preistoria.
In ogni caso, a parte queste considerazioni,
rispettiamo entrambe le opinioni, auguriamo agli scioperanti un buon successo
della loro iniziativa e apprezziamo anche la posizione di chi coerentemente e in
buona fede è convinto dell'inutilità (e della dannosità) dello sciopero in
presenza comunque di un avvio di dialogo.
Come AGL (questo il senso del nostro intervento)
riteniamo però di non concordare né con l'una né con l'altra posizione. Noi
pensiamo solo al futuro (ormai il presente è compromesso) Va recuperato nel
merito un coordinamento tra le espressioni rappresentative dei lavoratori,
eventuali future iniziative dovranno, quanto meno nel metodo, essere di spirito
unitario per essere incisive.
Quello che secondo noi è evidente (e più
importante, altro che lo sciopero o la trattativa con Patroni Griffi, con
Marchionne o con Monti) è che questo modello sindacale non solo è in crisi ma ha
perso e che occorre ripensare (pur nel rispetto di una gloriosa storia di lotte)
al modo di essere del sindacato nella società e nella politica italiana.
Nell'esclusivo interesse dei lavoratori.
mercoledì 26 settembre 2012
SI CONCLUDE CON LA VITTORIA DELLA COOPERATIVA "SOCIALE NONCELLO" DI PORDENONE IL MATCH DI 13 ANNI CON L'INPS
La Corte di Cassazione, nel pronunciarsi in merito a un contenzioso che per anni
ha visto contrapposti l’Inps da un lato e la Cooperativa Sociale Noncello di
Pordenone dall’altro, ha riconosciuto la possibilità per una regione (nel caso
in questione, il Friuli) di integrare (purchè non andando “contro”
l'art.4),l’elenco delle categorie di “soggetti svantaggiati” contenuto nella
legge sulle cooperazione sociale, la 381/91.
Questa vicenda dovrebbe farci riflettere per alcuni aspetti che hanno interessato, da più di ventanni , questa tipologia di cooperative.
Innanzitutto il ruolo, in questo campo, repressivo da parte dell'INPS, “responsabile” della “chiusura” di esperienze magari poco sosfisticate dal punto amministrativo ma senz'altro di valore dal punto di vista umano e solidaristico.
INPS che si è mosso senza che gli altri soggetti istituzionali (il Ministero del Lavoro fino al 2001, il Ministero dello Sviluppo Economico da allora ad oggi) abbiano saputo con incisività imporre quanto meno un ragionevole coordinamento dei vari aspetti dell'attività di vigilanza. Speriamo che questa sia una buona occasione per iniziare a lavorare in tale senso, in modo che d'ora in poi non esistano circolari discordanti su un medesimo aspetto regolato da una norma di legge.
Continueremo poi a insistere sull'inaccettabilità che una causa possa durare 13 anni, sia per un privato cittadino che per un soggetto imprenditoriale. Per motivi ideali innanzitutto ma se qualcuno preferisce che si faccia per forza riferimento alla “crescita”, poco male, facciamolo contento. Basta che si arrivi a un risultato.
E' poi una beffa per questa cooperativa (ma per tutti i soggetti che hanno visuuto analoghe disavventure) la non restituzione di tutti i soldi ingiustamente spesi in questi dieci anni (si parla di centomila euro) per difendersi nelle sedi giudiziarie.
Ora occorre operare su vari versanti. Innanzitutto adeguare ai tempi la nozione di soggetto svantaggiato che sempre più deve avvicinarsi all'accezione del termine nel linguaggio comune (che è stata sempre più ampia e comprensiva di quella definita dall'art. 4 legge 381/91).
Poi si ripropone un altro annoso problema: vi è sul tema una competenza statale e regionale e, purtroppo, ciò non si è tradotto in semplificazione ma in caos. In ogni regione sono rilevabili differenze e incongruenze con la legislazione statale. E, purtroppo, essendo le Regioni un crocevia di finanziamenti, è risaputo che l'assidua presenza delle centrali cooperative ai momenti di consultazione a livello regionale sulla cooperazione di produzione lavoro e sociale non solo è determinata da disinteressato slancio mutualistico ma anche dalla necessità di tutelare economicamente i più importanti tra i loro associati. Con tutti i rischi (inquinamento di scopi,conflitti di interesse o peggio) che ciò può comportare. Urge quindi che la questione sia risolta nell'ambito di un nuovo assetto istituzionale.
Riguardo a ciò le incongruenze da evitare sembrano due: una inflazione di tipologie di svantaggio (risolvibile con una graduazione e una differenziazione delle agevolazioni all'interno della legge nazionale) e lo squilibrio tra regione e regione, non sempre giustificabile dalle differenze sociali , economiche e territoriali tra una regione e l'altra. In altre parole, se l'intervento non sarà accorto e calibrato, rischiamo di aprire una altra falla nella finanza pubblica dopo quella che sembra si stia chiudendo, grazie alla GdF e all'INPS, relativamente ai “falsi invalidi”.
A naso, sembrerebbe quindi riproporsi la necessità di un forte coordinamento statale della materia.A breve nessuno può impedire alle regioni di ampliare l'elenco delle tipologie ma è anche vero che il Governo potrebbe sollecitamente (sulla base dell'esperienza proprio delle varie regioni) utilizzare lo strumento del decreto interministeriale previsto nello stesso art. 4 per ampliare con nuove categorie la platea degli svantaggiati, nel caso in cui non fossero state previste, originariamente, dalla legge.
Occorre però tener presente che la materia dell'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate non può essere tutta scaricata sulle cooperative sociali e che sembra arrivato il momento di ridefinire la materia e gli interventi in senso più ampio.Nello specifico, esistono soggetti talmente problematici da non poter essere inseriti neppure dalle cooperative sociali nell'attuale assetto di incentivi previsti che quindi vanno riveduti attraverso una necessaria consultazione degli operatori del settore.
di
non aver assolto all’obbligo, a cui tutte le cooperative sociali di inserimento
lavorativo sono soggette, di avere tra i propri lavoratori almeno il 30% di
“soggetti svantaggiati” così come definiti dall’art. 4 legge 381/91 (invalidi,
ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico,
tossicodipendenti, alcolisti, minori in situazioni di difficoltà familiare e
condannati ammessi a misure alternative alla detenzione) e quindi di aver fruito
illegittimamente delle riduzioni contributive previste per questo tipo di
imprese.La cooperativa nel conteggio dei propri lavoratori svantaggiati aveva
incluso anche alcune categorie non esplicitamente contenute nella 381 ma
tuttavia previste dalla legislazione regionale in materia di cooperazione
sociale.
Questa vicenda dovrebbe farci riflettere per alcuni aspetti che hanno interessato, da più di ventanni , questa tipologia di cooperative.
Innanzitutto il ruolo, in questo campo, repressivo da parte dell'INPS, “responsabile” della “chiusura” di esperienze magari poco sosfisticate dal punto amministrativo ma senz'altro di valore dal punto di vista umano e solidaristico.
INPS che si è mosso senza che gli altri soggetti istituzionali (il Ministero del Lavoro fino al 2001, il Ministero dello Sviluppo Economico da allora ad oggi) abbiano saputo con incisività imporre quanto meno un ragionevole coordinamento dei vari aspetti dell'attività di vigilanza. Speriamo che questa sia una buona occasione per iniziare a lavorare in tale senso, in modo che d'ora in poi non esistano circolari discordanti su un medesimo aspetto regolato da una norma di legge.
Continueremo poi a insistere sull'inaccettabilità che una causa possa durare 13 anni, sia per un privato cittadino che per un soggetto imprenditoriale. Per motivi ideali innanzitutto ma se qualcuno preferisce che si faccia per forza riferimento alla “crescita”, poco male, facciamolo contento. Basta che si arrivi a un risultato.
E' poi una beffa per questa cooperativa (ma per tutti i soggetti che hanno visuuto analoghe disavventure) la non restituzione di tutti i soldi ingiustamente spesi in questi dieci anni (si parla di centomila euro) per difendersi nelle sedi giudiziarie.
Ora occorre operare su vari versanti. Innanzitutto adeguare ai tempi la nozione di soggetto svantaggiato che sempre più deve avvicinarsi all'accezione del termine nel linguaggio comune (che è stata sempre più ampia e comprensiva di quella definita dall'art. 4 legge 381/91).
Poi si ripropone un altro annoso problema: vi è sul tema una competenza statale e regionale e, purtroppo, ciò non si è tradotto in semplificazione ma in caos. In ogni regione sono rilevabili differenze e incongruenze con la legislazione statale. E, purtroppo, essendo le Regioni un crocevia di finanziamenti, è risaputo che l'assidua presenza delle centrali cooperative ai momenti di consultazione a livello regionale sulla cooperazione di produzione lavoro e sociale non solo è determinata da disinteressato slancio mutualistico ma anche dalla necessità di tutelare economicamente i più importanti tra i loro associati. Con tutti i rischi (inquinamento di scopi,conflitti di interesse o peggio) che ciò può comportare. Urge quindi che la questione sia risolta nell'ambito di un nuovo assetto istituzionale.
Riguardo a ciò le incongruenze da evitare sembrano due: una inflazione di tipologie di svantaggio (risolvibile con una graduazione e una differenziazione delle agevolazioni all'interno della legge nazionale) e lo squilibrio tra regione e regione, non sempre giustificabile dalle differenze sociali , economiche e territoriali tra una regione e l'altra. In altre parole, se l'intervento non sarà accorto e calibrato, rischiamo di aprire una altra falla nella finanza pubblica dopo quella che sembra si stia chiudendo, grazie alla GdF e all'INPS, relativamente ai “falsi invalidi”.
A naso, sembrerebbe quindi riproporsi la necessità di un forte coordinamento statale della materia.A breve nessuno può impedire alle regioni di ampliare l'elenco delle tipologie ma è anche vero che il Governo potrebbe sollecitamente (sulla base dell'esperienza proprio delle varie regioni) utilizzare lo strumento del decreto interministeriale previsto nello stesso art. 4 per ampliare con nuove categorie la platea degli svantaggiati, nel caso in cui non fossero state previste, originariamente, dalla legge.
Occorre però tener presente che la materia dell'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate non può essere tutta scaricata sulle cooperative sociali e che sembra arrivato il momento di ridefinire la materia e gli interventi in senso più ampio.Nello specifico, esistono soggetti talmente problematici da non poter essere inseriti neppure dalle cooperative sociali nell'attuale assetto di incentivi previsti che quindi vanno riveduti attraverso una necessaria consultazione degli operatori del settore.
L'ASPI(DE) DELLA FORNERO TEME DI MORIRE AVVELENATO E VA A MORDERE GLI STAGIONALI DEL TURISMO
La riforma Fornero rischia di colpire duramente, questa volta gli stagionali del
settore Turismo.Stiamo parlando di decine di migliaia di persone.Come noto la
legge, tra le altre novità, prevede il passaggio dalla "indennità di
disoccupazione a requisiti ridotti" alla "Mini Aspi".
La prima consentiva di presentare la domanda dall'1.1 al 30.3 (riferita all'anno precedente) anche se la persona, al momento della richiesta aveva in corso un rapporto di lavoro.
Dall'1.1.2013 la domanda per la Mini Aspi, invece, andrà presentata entro due mesi dalla fine del rapporto di lavoro (a condizione che permanga lo stato di disoccupazione).I lavoratori stagionali del Turismo che cesseranno il lavoro fra settembre e ottobre di questo anno, risulteranno sprovvisti di qualunque forma di sostegno al reddito, poiché non esisterà più l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti e la Mini Aspi avrà decorrenza, dal gennaio 2013. A quella data infatti, saranno trascorsi più di due mesi dal termine della loro prestazione.
Un intoppo serissimo quindi, che richiede un intervento immediato del Governo.
La prima consentiva di presentare la domanda dall'1.1 al 30.3 (riferita all'anno precedente) anche se la persona, al momento della richiesta aveva in corso un rapporto di lavoro.
Dall'1.1.2013 la domanda per la Mini Aspi, invece, andrà presentata entro due mesi dalla fine del rapporto di lavoro (a condizione che permanga lo stato di disoccupazione).I lavoratori stagionali del Turismo che cesseranno il lavoro fra settembre e ottobre di questo anno, risulteranno sprovvisti di qualunque forma di sostegno al reddito, poiché non esisterà più l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti e la Mini Aspi avrà decorrenza, dal gennaio 2013. A quella data infatti, saranno trascorsi più di due mesi dal termine della loro prestazione.
Un intoppo serissimo quindi, che richiede un intervento immediato del Governo.
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