(clicca sul logo)

mercoledì 21 settembre 2016

ROBERTO FASCIANI DIRETTORE DI EUROPE CHINESE NEWS

                                a destra, la Presidente di MILAN HUAXIA GROUP, Angela Zhou

Roberto Fasciani è il nuovo Direttore di EUROPE CHINESE NEWS.

“EUROPE CHINESE NEWS” secondo il Sole 24 Ore (21. 3.2012), è “la più importante testata in ideogrammi scritta e stampata in Italia”. Fondata nel 2004, distribuita in Italia e in Europa, la pubblicazione ha anche una versione online in cinese sul sito http://www.ozhrb.eu e in inglese sul sito http://www.ihuarenbao.com/en/ . La Presidente della Società editrice è Angela Zhou, imprenditrice ben conosciuta, anche fondatrice e Presidente di MILAN HUAXIA GROUP, società a capo del gruppo HUAXIA, una delle più importanti imprese cinesi in Italia. Il suo gruppo ha interessi in molti settori fra cui: media on e offline, media center, e-commerce globale, organizzazione di eventi, studi di consulenza, import ed export di beni di lusso e di prodotti alimentari, hotel, enoteche, ristoranti cinesi e occidentali, food & beverage, catering e ospitalità, agenzie di viaggi, società di consulenza per investimenti , promotore di mostre, studi legali, società di assicurazione, centri culturali e altri modelli multi-business. MILAN HUAXIA GROUP è una delle aziende di proprietà di imprenditori cinesi più influenti in Italia e una tra le più importanti società cinesi a livello internazionale.

lunedì 14 dicembre 2015

Papa Francesco: dare lavoro a tutti i giovani, non solo ai raccomandati

AGL: speriamo che le parole di Papa Francesco illuminino i parlamentari che stanno elaborando la riforma della Pubblica Amministrazione italiana...

***************************

Fonte: http://it.radiovaticana.va/

Francesco: dare lavoro a tutti i giovani, non solo ai raccomandati

Fare di tutto per sconfiggere la disoccupazione giovanile. E’ l’appello levato da Papa Francesco nell’udienza ai partecipanti al Progetto Policoro, iniziativa per il lavoro giovanile nata vent’anni fa come frutto del Convegno ecclesiale nazionale di Palermo. Francesco ha incoraggiato i giovani a non rassegnarsi dinanzi alle difficoltà nel trovare lavoro e ha ammonito che il lavoro non deve essere un dono concesso solo ai raccomandati. Nell’occasione di questa udienza, il Papa ha incontrato anche un gruppo di detenuti della Casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi. Il servizio di Alessandro Gisotti:
http://it.radiovaticana.va/news/2015/12/14/francesco_dare_lavoro_ai_giovani,_non_solo_ai_raccomandati/1194231



Il Progetto Policoro ci dimostra che anche per i giovani è possibile un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale. Papa Francesco ha esordito così nel suo discorso tutto incentrato sulla dignità del lavoro, specie per i giovani. “Non perdiamo di vista l’urgenza di riaffermare questa dignità!”.
Troppi giovani sono vittime della disoccupazione
Ogni lavoratore, ha soggiunto, “ha il diritto di vederla tutelata, e in particolare i giovani devono poter coltivare la fiducia che i loro sforzi, il loro entusiasmo, l’investimento delle loro energie e delle loro risorse non saranno inutili”:
“Quanti giovani oggi sono vittime della disoccupazione! E quando non c’è lavoro, rischia la dignità, perché la mancanza di lavoro non solo non ti permette di portare il pane a casa, ma non ti fa sentire degno di guadagnarti la vita! Oggi sono vittime di questo”.
Il lavoro non vada solo a raccomandati e corrotti
“Quanti di loro – ha ripreso – hanno ormai smesso di cercare lavoro, rassegnati a continui rifiuti o all’indifferenza di una società che premia i soliti privilegiati – benché siano corrotti – e impedisce a chi merita di affermarsi”:
“Il premio sembra andare a quelli che sono sicuri di se stessi, benché questa sicurezza sia stata acquisita nella corruzione. Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti!”
Voi, ha detto rivolgendosi ai giovani del Progetto Policoro, “rappresentate certamente un segno concreto di speranza per tanti che non si sono rassegnati, ma hanno deciso di impegnarsi con coraggio per creare o migliorare le proprie possibilità lavorative”. Il mio invito, ha detto, “è quello di continuare a promuovere iniziative di coinvolgimento giovanile in forma comunitaria e partecipata”. Spesso, ha constatato, “dietro a un progetto di lavoro c’è tanta solitudine: a volte i nostri giovani si trovano a dover affrontare mille difficoltà e senza alcun aiuto”. E, ha proseguito, “le stesse famiglie, che pure li sostengono – spesso anche economicamente – non possono fare tanto, e molti sono costretti a rinunciare, scoraggiati”.
La risposta della Chiesa è la testimonianza
Di fronte a questa situazione, ha esortato Francesco, la Chiesa è chiamata a dare una testimonianza, a “sostenere le nuove energie spese per il lavoro; promuovere uno stile di creatività che ponga menti e braccia attorno a uno stesso tavolo”, la Chiesa “accomuna tutti”. E ha messo in guardia da chi confonde la “realizzazione” della persona “con un certo modello di ricchezza e di benessere che spinge a ritmi disumani. Non sia così per voi”. “Alla scuola del Vangelo, dunque”, ha ribadito, troviamo “la via giusta”:
“È vero, Gesù non ha direttamente insegnato come inventarci possibilità lavorative: no, ma la sua parola non smette mai di essere attuale, concreta, viva, capace di toccare tutto l’uomo e tutti gli uomini. Oggi parla anche a noi: ci esorta a fare delle nostre idee, dei nostri progetti, della nostra voglia di fare e di creare una lieta notizia per il mondo”.
Prendersi cura dei giovani disoccupati, sono la carne di Cristo
“Il vostro lavoro – ha detto ancora – io l’ho molto a cuore, perché soffro quando vedo tanta gioventù senza lavoro, disoccupata”. Ed ha rammentato che in Italia, i giovani  fino a 25 anni soffrono quasi il 40% di disoccupazione. A volte, ha detto con un rammarico, un giovane disoccupato si ammala, “cade nelle dipendenze o si suicida”:
“Questi giovani sono la nostra carne, sono la carne di Cristo e per questo il nostro lavoro deve andare avanti per accompagnarli e soffrire in noi quella sofferenza nascosta, silenziosa che angoscia loro tanto il cuore. Vi assicuro la mia preghiera, vi sono vicino: contate su di me, per questo, perché questo mi tocca tanto”.

mercoledì 9 dicembre 2015

IL FUTURO DI PARTE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE ITALIANA? NELL'AGRICOLTURA

AGL: siamo pienamente d'accordo con l'autore di questo articolo e con il Prof. Ichino. Solo alcune precisazioni:

  1. ci sembra che sia venuto il momento, ormai che la frittata è fatta e gli altarini sono scoperti, che anche i Ministri Madia e Poletti dicano chiaro, perchè è questo che vuole il Paese (e a questo invece si oppongono i sindacati nemici del Governo) che per pubblici e privati debbano valere le stesse regole (e sarebbe grave se la riforma della PA andasse in direzioni diverse).Si operi quindi sulle norme esistenti per spazzare via questi dubbi.
  2. I rituali, continuati e noiosi piagnistei della FP-CGIL non commuovono nessuno. Ci mancherebbe altro che nella PA non venissero licenziati per giusta causa coloro che commettono reati. Il problema è che sarebbe ora che anche nel pubblico ci fossero i licenziamenti per gmo (giustificato motivo oggettivo). Che , in parole povere, è lo strumento per risolvere il problema che si crea quando un posto di lavoro non serve più o serve troppo poco (e non è questa la situazione addirittura di interi rami delle Pubbliche Amministrazioni?)
  3. E non è che se la sentenza della Cassazione è arrivata dopo due giorni dalla manifestazione per il contratto questa sia una rappresaglia del sistema. Come già da noi scritto, è la categoria, grazie a quei sindacati, che si è autocastrata da anni. Il blocco dei contratti è conseguenza di quel che pensa l'opinione pubblica dei pubblici dipendenti.
  4. Occhio però ai furbetti del posticino. Non è che ora che si sta per licenziare sul serio va fatta tornare di moda la ripubblicizzazione, che è cosa buona e giusta. E no, belli! Qui occorre una politica dei tre tempi. Prima ripuliamo la PA dai delinquenti e dai corrotti, poi la alleggeriamo dei fannulloni e degli inutili con licenziamenti mirati e poi, per non farla ri-pappare da CGIL,CISL, UIL, CONFSAL, UGL, ecc. la cambiamo, decontrattualizzandola e rilegificandola! Solo così certi giochetti finiranno una volta per tutte! E rilanceremmo l'attività agricola soprattutto al Meridione.




I dipendenti del pubblico impiego sono licenziabili come quelli del settore privato!


Il cosiddetto Jobs Act lascia aperti i dubbi di interpretazione sulla parità tra pubblico e privato e la Cassazione cerca di fare chiarezza sul tema. Seppure la sentenza faccia riferimento alla riforma Fornero del 2012 , la Cassazione ha ritenuto applicabile al riformato articolo 18, anche al pubblico impiego. Tale pronuncia apre ovviamente il capitolo dell’applicazione delle “tutele crescenti” anche al pubblico impiego e ciò proprio perché la riforma del lavoro di Renzi ha lasciato (volutamente?) dubbi di interpretazione. Con questa sentenza, che farà giurisprudenza, i licenziamenti nel pubblico impiego saranno finalmente parificati a quelli del settore privato. E’ una sentenza che contrariamente a quanto sostenuto dai Ministri Madia e Poletti, riguarda chiaramente il pubblico impiego.
La sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 24157 del 25 novembre 2015 ha stabilito, quindi, che l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, come modificato dalla legge Fornero, si applica anche ai dipendenti pubblici. I giudici della Cassazione hanno precisato che è innegabile che il nuovo testo dell’art. 18 legge come modificato dalla legge Fornero (art. 1 legge n. 92/2012,) trovi applicazione ratione temporis al licenziamento disciplinare per i dipendenti pubblici, eliminando molti dubbi interpretativi e avallando la tesi di chi, come il senatore Ichino, ha sempre sostenuto che la riforma dell’art. 18 si applicasse anche al pubblico impiego perché una norma speciale di esclusione non c’è mai stata. Ma i dubbi sul presente permangono, la sentenza non chiarisce affatto se il c.d. Jobs Act –  in realtà il decreto sul contratto a tutele crescenti – si estende anche ai dipendenti pubblici assunti dal 7 marzo in poi.  Ebbene, una precisazione è d’obbligo, il decreto sul contratto a tutele crescenti non modifica l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori che resta com’è e dov’è.
Il decreto n. 23/2015 introduce nuove regole per gli assunti dal 7 marzo in poi, senza abrogare l’art. 18 dello Statuto e delimitando all’art. 1, il campo di applicazione delle nuove regole. Infatti, il contratto a tutele crescenti si applica a operai, impiegati e quadri, un sistema di classificazione del personale proprio del lavoro privato, che potrebbe mascherare l’intento del legislatore di escludere i dipendenti pubblici. L’art. 1, d. lgs. n. 23/2015 non contenendo alcuna esclusione e nella formulazione operata dal legislatore, giustifica i dubbi sull’estensione di tali regole anche ai lavoratori pubblici, dubbi che permangono anche alla luce della sentenza della Cassazione del 25 novembre 2015. In realtà,  i tempi sarebbero maturi per il superamento delle disparità tra dipendenti pubblici e privati e per l’applicazione delle stesse regole che valgono per i lavoratori privati anche per i lavoratori pubblici. Trovo curioso che si parli di discriminazione tra dipendenti privati quando si tratta delle tutele crescenti e si dimentica la più grande delle discriminazione: quella tra  lavoratori pubblici e privati.
07/12/2015

mercoledì 2 dicembre 2015

AGL: E' ARRIVATO IL MOMENTO DI SCARDINARE I DIRITTI ACQUISITI E DI EFFETTUARE IL RICALCOLO CONTRIBUTIVO DELLE PENSIONI

AGL: è giunta l'ora: il Governo tocchi le pensioni. Le pensioni erogate, sia quelle col sistema retributivo, che contributivo che misto, sono pagate dai contributi di chi oggi lavora.Ma rispetto al passato, quelli che lavorano oggi sono troppo pochi e non è giusto che giovani precari o lavoratori soggetti a frequenti interruzioni della contribuzione debbano pagare in maniera così onerosa la pensione a chi col vecchio sistema continuerà ad avere pensioni pari al 90 % di quanto prendeva con l'ultimo stipendio.Chi paga oggi andrà in pensione in età molto più avanzata e con un assegno che coprirà se va bene il 40-50% di quanto guadagnava fin quando lavorava.E' quindi ora di farla finita con questa colossale ingiustizia tra generazioni e di andare oltre l'attuale contributo di solidarietà. Occorre un ricalcolo contributivo per tutti rispettoso necessariamente di un principio di progressività.E ovviamente bisogna tagliare una volta per tutte i privilegi.E se il ricalcolo non fosse possibile farlo per il settore pubblico perchè lo Stato non pagava i contributi dei suoi dipendenti, meglio ancora: sarebbe l'occasione per una storica dimostrazione di attaccamento alla Patria da parte di chi per decenni l'ha servita. Invece dell'oro, stavolta si chiederebbe di restituire allo Stato una parte dell'assegno!
Pensate poi che bello sarebbe rifare una sanatoria globale degli immigrati come nel 2003, quale gigantesca iniezione di nuova contribuzione ciò provocherebbe.Ma la partita decisiva da giocare (è un vecchio cavallo di battaglia dell'AGL) è quella per lo smantellamento dei cosiddetti diritti acquisiti che sarebbe meglio ridenominare "ingiustizie consolidate". Siamo convinti che nella società c'è ormai una maggioranza favorevole a questo rivolgimento e, anche nella minoranza che ne gode, molti , per illuminazione o sensi di colpa, sarebbero favorevoli. Vediamo se tra i tanti candidati leader politici italiani qualcuno intende far propria questa battaglia decisiva.

**************************************************************************

fonte: www.rainews.it

L'Ocse: "Bene le riforme, ma fare altri sforzi" Pensioni, Boeri: "Per i nati negli anni '80 assegni più bassi del 25% e dopo i 70 anni" Il presidente dell'inps presenta il rapporto Ocse "Pensions at a glance 2015" - 
02 dicembre 2015 Chi oggi ha 35 anni prenderà nell'intera vita pensionistica in media un importo complessivo di circa il 25% inferiore a quella della generazione precedente (i nati intorno al 1945) pur lavorando fino a circa 70 anni. La simulazione arriva dall'Inps sulla base di un campione di circa 5.000 lavoratori nati nel 1980. Lo ha detto il presidente dell'Inps, Tito Boeri presentanto il rapporto Ocse "Pensions at a glance 2015". Nati negli anni '80: assegni più bassi e in pensione più tardi Quando si analizzano gli importi di pensione - ha spiegato Boeri nel corso della presentazione del Rapporto Ocse 'Pensions at a Glance 2015' - ''bisogna tenere conto anche da quando questi assegni sono stati percepiti''. Se si guarda alla distribuzione per età alla decorrenza delle pensioni dirette del Fondo lavoratori dipendenti tre quarti sono state percepite prima dei 60 anni. Secondo le proiezioni Inps per i lavoratori classe 1980 solo il 38,67% la prenderà prima dell'età di vecchiaia, che per gli attuali 35enni significa nel 2050 a 70 anni di età. Sarà più basso quindi il trasferimento pensionistico complessivo (perchè percepito per meno anni), ma anche il tasso di sostituzione medio rispetto alla retribuzione che sarà intorno al 62%. ''Si lavorerà più a lungo - ha detto Boeri - anche in rapporto alla speranza di vita. Le pensioni saranno del 25% più basse di quelle di oggi tenendo conto degli anni di percezione'' e ci saranno, a fronte di una crescita del pil all'1% e di possibili interruzioni di carriera, ''problemi di adeguatezza'' dell'importo. Con il sistema contributivo inoltre, se non si metterà in campo uno strumento di sostegno contro la povertà come il reddito minimo, ci saranno ''problemi per chi perderà il lavoro sotto i 70 anni''. Il rapporto Ocse L'Italia ha fatto importanti riforme del sistema previdenziale in direzione dell'aumento dell'età di uscita dal lavoro e della riduzione della spesa futura ma perché il sistema sia finanziariamente sostenibile sono necessari "ulteriori sforzi negli anni a venire". Il rapporto Ocse "Pensions at a glance 2015" dà atto al nostro Paese di aver intrapreso un cammino virtuoso ma sottolinea che quanto fatto finora non basta. Il nostro Paese ha la spesa previdenziale più alta dopo la Grecia rispetto al Pil (15,7% nel 2013 a fronte dell'8,4% medio nell'Ocse) e contributi previdenziali sul lavoro dipendente rispetto alla retribuzione al 33%, percentuale top tra i Paesi Ocse. I pensionati attuali - emerge dal Rapporto - hanno tassi di sostituzione netta rispetto al salario medio, vicini all'80% a fronte del 63% medio dei paesi più sviluppati e assegni in media largamente superiori ai contributi versati. Con la riforma del 2011 - spiega l'Ocse - sono state adottate importanti misure per ridurre la generosità del sistema, in particolare attraverso l'aumento dell'età pensionabile e la sua perequazione tra uomini e donne ma l'invecchiamento della popolazione continuerà ad esercitare pressioni sul finanziamento del sistema''. L'Ocse sottolinea che la sentenza della Corte Costituzionale sulla mancata perequazione nel 2012-13 per le pensioni superiori a tre volte il minimo e i rimborsi decisi dal Governo ''avranno un impatto sostanziale sulla spesa pubblica''. Nel breve periodo vanno cercate risorse per ridurre al minimo l'impatto della sentenza mentre nel lungo periodo bisognerà stimolare la partecipazione dei lavoratori anziani al mercato del lavoro. Se infatti il tasso di occupazione degli over 55 in Italia è aumentato di 15 punti (dal 31% al 46%) negli ultimi 10 anni è anche vero che questo è ancora di molto inferiore alla media Ocse (57%). Boeri: "Anziani meno colpiti dalla crisi" "Gli anziani - secondo quanto ha spiegato il presidente Inps - sono stati colpiti dalla crisi economica in misura minore rispetto alle altre fasce di età. Oggi vivono in una situazione di povertà relativa il 9,3% degli over 65 contro il 12,6% medio della popolazione totale. Il rischio di povertà - sottolinea il Rapporto - si è trasferito dagli anziani ai giovani. il 15% delle persone tra i 18 e i 25 anni sono povere''. Sindacati: "No a nuova stretta" I sindacati ribadiscono il no a nuovi interventi di 'stretta' sul sistema previdenziale. ''La tenuta finanziaria del nostro sistema previdenziale - dice il segretario confederale Cgil Vera Lamonica - non è a rischio, di certo lo è l'entità delle prestazioni per ampie fasce della popolazione: basta riforme per fare cassa, si restituisca equità e solidarietà al sistema. "L'Italia - avverte il segretario confederale Cisl Maurizio Petriccioli - è il Paese che più di ogni altro, fra quelli dell'area Ocse, ha realizzato, negli ultimi 20 anni, interventi legislativi che hanno messo in sicurezza la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico, trascurandone semmai la sostenibilità sociale". Il rapporto Ocse - afferma il segretario confederale Uil Domenico Proietti - "continua a perseverare nell'errore di quantificare la spese per le pensioni al 15,7%, non tenendo conto che questo dato somma la spesa previdenziale con quella assistenziale". -

venerdì 27 novembre 2015

IL VANGELO SECONDO GIULIANO (CHE HA RAGIONE)

AGL: Bravo Ministro. Presa di posizione chiara e netta. Era ora che fosse detta la verità. Nulla a che vedere con Monti e la Fornero che avevano semplicemente insultato i giovani. Qui il Ministro indica una alternativa, un diverso criterio di giudizio. Anche la laurea non è indispensabile, non lo sono i bei voti. Conta ciò che uno sa e sa fare. Dovrebbero capirlo quei giovani del Meridione che ricevono un falso aiuto con voti superiori alle medie del nord Italia. Falso perchè può servire per superare i concorsi (ecco perchè la dirigenza pubblica è in gran parte meridionale) ma non per trovarsi bene, bensì frustrati nella vita (ed ecco uno dei motivi per i quali la PA italiana non funziona).L'ideale sarebbe abolire il valore legale del titolo di studio. Rendere elettive tante funzioni pubbliche e generalizzare lo Spoils-system. Significativo poi che tale punto di vista sia espresso da una persona proveniente da un'area culturale (la sinistra) che sui temi della scuola ha sempre sbagliato tutto. Forse è anche grazie a Poletti che la Scuola e l'Università italiana potranno emanciparsi: da assumifici e diplomifici, da pascoli per baroni e parentadi annessi a fattori di competitività e di messa in discussione di valori superati. E anche il Sud dovrebbe ringraziarlo.


 

Fonte: www.ansa.it

Poletti, 110 e lode a 28 anni non serve a un fico

Frase ministro scalda social. Finita idea lavoro in un posto solo

"Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21". Il ministro del lavoro Giuliano Poletti non ha usato perifrasi per dire come la pensa sui percorsi universitari dei giovani italiani. Incontrando gli studenti al salone 'Job&Orienta' della Fiera di Verona ha messo in chiaro che il mercato del lavoro non aspetta sempre chi si laurea a 30 anni.

E l'affermazione, che ha tra l'altro ricordato l'antipatico "choosy" (schizzinosi) con cui ministro Elsa Fornero aveva etichettato i ragazzi italiani, ha subito scatenato reazioni e polemiche sui social. "Lui aveva risolto così il problema: non s'è laureato" scrive qualcuno su Twitter. Ma c'e anche qualcun altro che ha difeso l'uscita a gamba tesa dell'ex presidente della Lega Coop - "È di moda insultare i potenti di turno, e spesso se lo meritano, ma penso che #Poletti abbia detto una cosa oggettivamente vera" dice un altro tweet. Perchè è meglio laurearsi con 97 a 21 anni? Perchè così, ha aggiunto Poletti, "un giovane dimostra che in tre anni ha bruciato tutto e voleva arrivare". "In Italia - ha sottolineato - abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo". "Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più - ha insistito il ministro - si butta via del tempo che vale molto molto di più di quel mezzo voto. Noi in Italia abbiamo in testa il voto, non serve a niente". Il voto è importante solo perché fotografa un piccolo pezzo di quello che siamo; bisogna che rovesciamo radicalmente questo criterio, ci vuole un cambio di cultura".

E a proposito di cambi culturali, Poletti, dialogando con gli studenti delle superiori, ha cercato di sfatare altri 'miti'. "La storia secondo cui per 20 anni si studia, per 30 anni si lavora e poi si va in pensione è una storia finita" ha detto. "La storia secondo cui c'è un posto dove si va a lavorare, la fabbrica, è finita. Il lavoro - ha concluso - non si fa in un posto: il lavoro è un'attività umana, si fa in mille posti".

martedì 24 novembre 2015

REDDITO DI AUTONOMIA IN LOMBARDIA

                               Il Governatore della Lombardia ROBERTO MARONI

(tratto dal sito di Regione Lombardia www.regione.lombardia.it

Regione Lombardia ha avviato la sperimentazione “Reddito di autonomia” approvando, nella seduta dell’8 ottobre 2015, un pacchetto di misure rivolte ai cittadini lombardi in condizione di difficoltà.

Sono state individuate cinque azioni a favore di famiglie con redditi bassi, di persone fragili (anziani e disabili) e di disoccupati che hanno finito la cassaintegrazione o la mobilità.

Sono stati stanziati 50 milioni di euro per gli ultimi tre mesi del 2015 e 200 milioni per il 2016. Queste risorse potranno essere ulteriormente incrementate se nella legge di stabilità, che il Governo nazionale presenterà entro pochi giorni, saranno previste maggiori risorse per la Regione Lombardia.

Gli interventi previsti sono:


Per le famiglie

  • Esenzione dal pagamento del  "superticket" ambulatoriale
per le famiglie con reddito familiare complessivo fino a 18.000 euro
Decorrenza: dal 15 ottobre 2015.
Modalità di accesso: autocertificazione del reddito imponibile presso l’ASL di competenza territoriale.
Per maggiori informazioni visita la pagina del sito della Direzione Generale Welfare.
  • Bonus bebè
contributo economico una tantum di 800 euro per i secondi nati e di 1000 euro dal terzo figlio in poi, quale sostegno socio-economico al percorso di  crescita del bambino
Decorrenza: per i nati nel periodo 8 ottobre 2015 - 31 dicembre 2015.
Modalità di accesso: l'Ospedale comunica a Regione Lombardia l'avvenuta nascita. Regione Lombardia invia una comunicazione all'interessato in cui saranno fornite le indicazioni per presentare la richiesta.
Requisiti: reddito ISEE non superiore a 30.000 euro, residenza in Lombardia di entrambi i genitori da almeno 5 anni.
Per informazioni: rivolgersi direttamente ai consultori pubblici o a quelli privati accreditati.
Per maggiori informazioni visita la pagina del sito della Direzione Generale Reddito di autonomia e inclusione sociale

 
  • Bonus Affitti
contributo una tantum fino a un massimo di 800 euro per le famiglie, residenti in uno dei 155 Comuni ad elevata tensione abitativa, che abbiano un contratto di affitto sul libero mercato (realtivo all'abitazione principale).
 
Decorrenza: dal 2 novembre 2015.
Modalità di accesso: partecipazione a bandi regionali aperti dal 2 novembre al 15 dicembre 2015. 
Requisiti: reddito ISEE/FSA compreso tra 7.000,01 e 9.000,00 euro, residenza in Lombardia da almeno 5 anni.
Per maggiori informazioni visita la pagina del sito della Direzione Generale Casa 
Per gli anziani e i disabili

  • Assegno di autonomia per anziani
voucher di 400 euro al mese, per dodici mesi, per garantire l'autonomia personale e relazionale delle persone anziane attraverso prestazioni di cura della persona e del domicilio nonchè attività della vita sociale e delle relazioni attraverso anche la frequenza di centri/servizi dedicati.
 
Destinatari: persone di età superiore a 75 anni, con una compromissione funzionale derivante dallo stato iniziale di demenza /Alzheimer o altre patologie di natura psicogeriatrica.
Decorrenza: presentazione delle domande dal 1° dicembre 2015 .
Modalità di accesso: secondo le modalità stabilite da un avviso che verrà pubblicato nel mese di novembre.
Requisiti: reddito ISEE di riferimento fino a 10.000 euro, residenza in Lombardia da almeno 5 anni.

 
  • Assegni di autonomia per disabili
voucher di 400 euro al mese finalizzato a sostenenre percorsi di autonomia della persona disabile in rapporto al nucleo familiare nonchè percorsi di inclusione in contesti sociali e nella vita di relazione.

Destinatari:
giovani e adulti disabili medio/gravi
Decorrenza: presentazione delle domande dal 1° dicembre 2015 .
Modalità di accesso: secondo le modalità stabilite da un avviso che verrà pubblicato nel mese di novembre.
Requisiti: reddito ISEE di riferimento fino a 10.000 euro, residenza in Lombardia da almeno 5 anni.
Per i disoccupati

  • Progetto di Inserimento Lavorativo (PIL)
Indennità di partecipazione, per la fruizione di servizi di orientamento, formazione e accompagnamento alla ricerca del lavoro previsti da Dote Unica Lavoro.
 
Importo: commisurato al valore dei servizi effettivamente fruiti dalla persona, per un massimo di 1800 euro per sei mesi.
Decorrenza: dal 15 ottobre 2015.
Modalità di accesso: attraverso gli Operatori accreditati per Dote Unica Lavoro.
Requisiti: disoccupazione da oltre 3 anni,  non fruizione di alcuna integrazione al reddito, ISEE del nucleo familiare non superiore a 18.000 euro, residenza o domicilio in Lombardia.


Per maggiori informazioni visita la pagina del sito della Direzione Generale Istruzione, Formazione e Lavoro


 
Via via che verranno definite le modalità operative e i criteri per beneficiare delle varie iniziative,  i cittadini saranno informati attraverso il sito di Regione Lombardia, i social media istituzionali Facebook e Twitter (@LombardiaOnLine) e gli organi di stampa.

E' possibile ricevere informazioni chiamando il call center regionale 800 318.318 (dal lunedì al venerdì dalle 8.00 alle 21.00 e il sabato dalle 8.00 alle 20.00).

Guarda il Video "Il reddito di autonomia in Lombardia"

martedì 26 maggio 2015

AGL: AFFAMARE LA BESTIA? NON BASTA.MEGLIO UN BEL BY-PASS GASTRICO PER FARLE PERMANENTEMENTE PERDERE PESO.DISTRIBUENDO I SUOI 3 MILIONI E TRECENTO MILA KG. IN GIRO PER LA NAZIONE, IN IMPIEGHI PIU' PRODUTTIVI.E PER FARLA TORNARE AL PESO DEI SUOI VENT'ANNI

Dal sito www.corriere.it

Il libro (e il bilancio) di Cottarelli

Diecimila sedi dello Stato
La spesa pubblica che ci soffoca

Inefficienze, enti che si moltiplicano e paradossi nel racconto del commissario alla revisione della spesa


«Ma se io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Carlo Cottarelli La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare . Un viaggio nel ventre della Bestia che succhia le nostre risorse più preziose. La Bestia, è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review, già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.
Della determinazione con cui Carlo Cottarelli ha affrontato per un anno e dieci giorni il compito di commissario alla revisione della spesa, dice tutto una strofa della canzone L’Avvelenata di Francesco Guccini: «Ma sei io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Cottarelli in libreria da domani, pubblicato da Feltrinelli. Un libro, La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare , semplicemente sorprendente. Non ha sassolini da togliersi, l’ex commissario. Anche se un altro, dopo la freddezza con cui l’attuale governo ha accolto la fine della sua esperienza, l’avrebbe fatto eccome. Non lui.
Leggere il libro è come fare un viaggio nel ventre della «Bestia» che succhia le nostre risorse più preziose, ma condotti da una guida esperta che ne ha già esplorato le viscere. Così bene da sfatare anche le convinzioni più pessimistiche. La «Bestia», è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Prima sorpresa...
Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. A cominciare dai fondamentali. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, e ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.
C’entra forse la caduta del governo Letta, che probabilmente ha segnato anche il destino di Cottarelli. Forse. Ma di sicuro c’entra anche la reazione della pubblica amministrazione. E di quello che l’ex commissario chiama benevolmente il suo «complicato mosaico». Cottarelli racconta di averne scoperto le dimensioni grazie a una stima della Funzione pubblica. Da brivido.
Sapete quante erano alla fine del 2012 le sole sedi territoriali dei ministeri? Circa 5.700. Numero al quale si devono però aggiungere 3.900 uffici di enti vigilati dai ministeri. Per un totale di 9.600. Senza però che in quelle quasi 10 mila sedi del solo Stato centrale, per capirci una ogni 6.250 italiani, siano comprese le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri.
Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione...
Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni...
Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro.
E poi gli enti pubblici. La «migliore ricognizione» che Cottarelli dice di aver trovato è un documento della Camera che ne elenca 198, ma solo per quelli nazionali. Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo.
La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico.
Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi.
Noi, niente affatto. Gli edifici sono vecchi, gli spazi si sprecano. Eppure i costi «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno...». Vero è, insiste l’ex commissario, che «anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche». Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione...». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno».
Per la cronaca, i diritti del libro di Cottarelli saranno devoluti all’Unicef .